Di quanto è successo la scorsa settimana.

Quando portai alla luce il problema per la prima volta avevo otto anni. Non mi andò bene. Lei era sobria, e col cervello sobrio, e voce sobria mi disse che se avessi provato a ripetere quel che le dissi allora, non mi avrebbe più considerato suo figlio.

In realtà negli anni provai a risollevare la questione qualche volta. Ricordo che una volta bastò il mio sguardo: mi intimò di non guardarla più in quel modo. In un'altra occasione dovevamo disinfestare casa da odiosi insetti e ci toccava star fuori per un paio d'ore. Le chiesi come mai non si fosse portata semplicemente un libro, invece della bottiglia di vino bianco e cominciò a prospettarmi l'idea di andarsene di casa, premurandosi che avessi ben chiaro che sarei stato affidato a mio padre, che lei sapeva bene quanto io odiassi a quel tempo. Un'altra volta le scrissi un biglietto, per dirle che mi aveva ferito. Mi rispose che ero un debole.

Ho subìto quelle parole per molti anni, ma non ci ho mai creduto davvero. Probabilmente questo mi ha portato al gesto che ho compiuto lo scorso venerdì, anche se ho dovuto improvvisare: non avevo in mente un'azione così brusca. Ma forse è stato meglio così, perché a quanto pare il risultato non è mancato.

Avevo in mente di dirle, nel weekend, che visti i problemi di entrambi, dovevamo rimboccarci le maniche e lavorare in sinergia, aiutarci l'un l'altro ed annientarli sapendo di non essere da soli, nella lunga guerra che ci si prospettava davanti. E invece quando sono tornato a casa l'ho trovata già andata, stavolta peggio di quanto non avessi mai visto...

Saremmo dovuti andare a cena fuori. Una sua amica ci aveva invitati al ristorante per il suo compleanno. E lei non si reggeva in piedi. E lei è uscita di casa lasciando la porta aperta e le chiavi attaccate. E lei dopo avermi aperto il cancello ed avermi lasciato uscire con la macchina, si stava chiudendo dentro...per poi ricordarsi che doveva trovarsi dall'altro lato, per poter arrivare alla mia macchina. Ed io che pregavo che nessuno la investisse. Già immaginavo la scena. Il tonfo sordo, il sangue sulla strada. Ed io che mi sarei sentito cinico, bastardo, inutile...non so. Ma non ero intenzionato ad aiutarla. Anzi.

L'accompagno al ristorante. Mi chiede cosa penso di fare. Le dico che la scorterò fin dalle sue amiche, perché non è in grado di reggersi in piedi da sola, e che me ne andrò non appena saprò che qualcuno può vegliare su di lei. Per fortuna due delle amiche ci sono già. Ci scambiamo i saluti, solite domande, e tutto sembra normale, ma non lo è, cazzo, non lo è!  Di colpo mi congedo. Mi chiedono spiegazioni e FINALMENTE do le spiegazioni che avrei dovuto dare vent'anni fa.

"Mi spiace, ma mamma è ubriaca fradicia, non si regge in piedi, riesce a malapena a biascicare qualche parola, fra poco alzerà il volume della voce, riderà a squarciagola, forse urlerà delle parolacce ed io mi vergogno a farmi vedere in giro con lei in questo stato".

Mia madre mi guardava come se stessi vaneggiando. Ignoro. Per una volta ignoro qualcosa che posso permettermi di ignorare. Chiedo alle amiche di avvertirmi, qualora ci fosse bisogno di riportarla a casa, o di scortarla loro stesse fino a casa, se possibile. Saluto e me ne vado, mentre sento la festeggiata proporre a mia madre di appoggiarsi un attimo ad una staccionata, con una voce che mi ricorda quella che si usa con i vecchietti rincoglioniti dall'alzheimer...cerco di ignorare, ma fa male.

La notte non passa serena. So di aver fatto qualcosa di dirompente. Ho paura che lei si suicidi, a causa delle mie parole dure. E se pure "sopravvive alla notte", so già cosa mi aspetterà domani. Di nuovo ricatti, parole dure, alontanamenti, "chi sono io per giudicare", "io non posso capire" e così via.

Pensieri brutti, pensieri inutili. Qualcosa è cambiato!

La mattina dopo, quando prendo coraggio ed esco dalla mia stanza, la trovo in sala da pranzo, seduta su una sedia. Mi guarda con due occhi da bambina e mi dice soltanto:

"Scusa per ieri".

Crollo in un abbraccio e le dico che dobbiamo lottare assieme, e che dobbiamo riprenderci in mano la nostra vita...lei ha gli occhi lucidi, i miei si bagnano ogni volta che ci ripenso. So bene che lo scorso venerdì la guerra non è affatto finita, anzi, è iniziata, ma adesso credo di sapere come combatterla e se anche dovessimo perderla, so che avrò fatto tutto quanto in mio potere per vincere.

E so che non siamo soli. Perché la mattina di sabato un'amica di mamma, mossa dal mio gesto, l'ha chiamata e le ha parlato della questione, e di possibili strade da intraprendere. Adesso che non è più taboo, adesso che il nemico lo vediamo, che non facciamo finta che non esista, abbiamo una speranza in più di batterlo.

Costi quel che costi.